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Una
parola difficile per un'idea pedagogica
semplice: la musica si impara facendola
e non astraendola. Imparare a scrivere
le note sul pentagramma non significa "imparare
la musica" ma imparare a codificarla:
cominciare a valle invece che a monte.
La musica si "impara" invece, in primo
luogo, traducendo in concreto il proprio
bisogno di viverla fisicamente ed emotivamente,
così che essa contribuisca alla
nostra formazione e crescita globale
come individui. Si "impara" attraverso
una esperienza creativa e collettiva
che coinvolga tutto ciò che alla
musica è o può essere inerente:
gesto, movimento, danza, scansione verbale,
vocalità, strumentario musicale,
drammatizzazione e performance. Attraverso
tutto ciò potremo "imparare",
cioè "capire" la musica: capire
come e perché essa nasce, individuarne
le componenti espressive e strutturali
e, infine, razionalizzarla, anche attraverso
la notazione come indispensabile forma
di memorizzazione e di comunicazione.
ORFF-SCHULWERK
Letteralmente
tradotto: "opera didattica" di Carl Orff, il
compositore tedesco autore dei "Carmina Burana".
Non un "metodo", come è comune denominarlo
in Italia, perché non costituito da
una serie vincolante di esercizi progressivi
che portano a una determinata abilità,
ma piuttosto una linea pedagogica che lascia
grande spazio alla inventiva personale.
Forse per questo l'esperienza dell'Orff-Schulwerk,
avviata nel 1924 a Monaco, ha dato vita alla
metodologia pedagogico-musicale oggi più diffusa
nel mondo, rappresentata, oltre che dall'Istituto Orff di Salisburgo
(di recente trasformato in Dipartimento per l'Educazione musicale e motoria
del Mozarteum, l'Università musicale austriaca), da 32 Società orffiane
che si occupano della diffusione e del rinnovamento dell'educazione
musicale, e da una ventina di riedizioni o adattamenti in diverse lingue,
tra cui
la rielaborazione originale italiana, dovuta a Giovanni Piazza.
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